FESTA DELLE DONNE
8 Marzo, contro le molestie promuovere cultura del rispetto in azienda
di Irene Leoni

L’8 marzo per ricordare, insieme alla Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, le conquiste sociali, economiche e politiche, le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora vittime in quasi tutte le parti del mondo. Oggi però vorrei affrontare un tema in particolare cioè quello delle molestie sui luoghi di lavoro. Questo è stato un tema molto dibattuto, in questi mesi, e che noi conosciamo bene. Nel nostro lavoro ci capita di conoscere donne che ci raccontano di aver subito “attenzioni particolari” sul luogo di lavoro e che non hanno intenzione di denunciare perché hanno paura. Paura di perdere il lavoro, paura che il superiore la prenda di mira, insomma paura di non poter vivere la propria vita lavorativa serenamente.

In Italia, secondo i dati Istat tra il 2015 e il 2016, 9 donne su 100 hanno subito molestie o ricatti sessuali nel corso della vita lavorativa. In particolare i ricatti sessuali per ottenere un lavoro, per mantenerlo o per ottenere progressioni nella carriera hanno interessato vita circa 1 milione e 100 mila donne. Il dato che più sorprende è che quasi nessuno ha denunciato (0.7%) e che solo una donna su 5 ha dichiarato di averne parlato con qualcuno (colleghi, sindacati). Il 70% circa di queste donne ritiene molto o abbastanza grave ciò che le è successo, il 21% lo ritiene poco grave mentre il 6,4% non li ritiene assolutamente grave.

Rispetto a questo tema le opinioni sono le più disparate, c’è chi minimizza e chi no, chi dice che se qualcuno fa delle avances ad una donna è perché è lei a permetterlo e chi sostiene il contrario. E’ vero che un complimento pesante può essere uno scherzo innocuo o un’offesa che umilia a seconda del punto di vista, ma il punto di vista che conta per valutare che cosa sia è quello di chi la subisce.

Un superiore di grado che ci prova, allunga le mani, invita a cena, si struscia, accarezza, ammicca o che invita più o meno palesemente ad essere sessualmente disponibili, abusa della sua posizione di potere, costringendo la donna in questione o comunque il suo sottoposto a decidere se rispondere per le rime, scappare o starci. Già questo è estremamente sgradevole perché carica sul “soggetto debole” l’onere della difesa e non su di lui la responsabilità dell’aggressione. Un’altra differenza sta nella sostanza. Se si tratta di un corteggiamento il gioco è a due, non esistono rapporti di potere, tra le persone vige complicità e rispetto. È un gioco che comprende reciprocità. Mentre in un “rapporto di violenza” o comunque dove si configura una molestia, intese in maniera generale, non esiste complicità, non c’è gioco. In questa fattispecie c’è solo timore. È una situazione nella quale una delle due persone ha il coltello dalla parte del manico, si tratta quindi di un assoluto ed estremo abuso di potere.

Quindi, è importante è capire qual è il luogo dove si svolge il fatto e chi è l’autore; solo così si può avere un’opinione oggettiva.

Fortunatamente in Italia qualcosa è stato fatto dapprima nel 2006 con il D.lgs 198 in cui si è regolata la materia e dieci anni dopo con la firma dell’accordo quadro sulle molestie che porta la nostra firma assieme a quella di a Cgil, Cisl e Confindustria, accordo che ha l’intento di promuovere nelle aziende la cultura del rispetto e vuole aumentare la consapevolezza di datori di lavoro, dei lavoratori e dei loro rappresentati sulle molestie e sulla violenza nei luoghi di lavoro.

Questa è la direzione giusta e quello che dobbiamo fare, la strada è ancora lunga ma il nostro impegno è costante in mezzo ai lavoratori. Quindi, cari amici, impegniamoci tutti assieme per promuovere una vera cultura di genere in tutti i luoghi del vivere quotidiano.

Irene Leoni, coordinatrice pari opportunità Emilia Romagna