ECONOMIA
Il QE occasione di ripresa ma servono le riforme strutturali
Riflessioni sulla salute economica del paese

I fondamentali del 2014
Ci siamo appena lasciati alle spalle un anno i cui indicatori fondamentali si possono sintetizzare come segue: un Pil sceso dello 0,4% e tornato, in termini reali, sotto i livelli del 2000; un indebitamento netto al 3% del prodotto interno lordo, anche grazie a una forte riduzione dell’onere per interessi passivi; un saldo primario (cioè al netto degli interessi) positivo e pari all’1,6% e uno stock del debito pubblico pari al 132,1% del Pil.
Una pressione fiscale complessiva pari al 43,5% o al 43,1%, a seconda di come si calcola il bonus degli 80 euro.
Al di là dei decimali è evidente come il peso di fisco e contributi sia cresciuto in 4 anni di circa il 2% e, secondo la nota tecnica all’ultima legge di stabilità, raggiungerà il suo massimo nel 2016 e 2017. Queste percentuali non tengono conto di alcune “clausole di salvaguardia” che il governo è impegnato a disinnescare: aumenti di Iva e accise su benzina e gasolio, per un maggior gettito di 12,8 mld nel 2016, 19,2 mld nel 2017 e circa 22 mld nel 2018.

Le attese per un 2015 con il segno +
Se questa è la montagna di debiti e di tasse che ogni italiano si porta sulle spalle, da dove nasce tutto l’ottimismo che da più parti in questi giorni emerge e che spiega, sempre cifre alla mano, che stiamo uscendo dalla recessione?
Tre le motivazioni fondamentali: il prezzo del petrolio ridotto del 50%, il valore dell’euro sceso in dieci mesi del 22% rispetto al dollaro, la decisione della BCE di comprare titoli pubblici e bond europei riducendo drasticamente la spesa per interessi a carico degli stati sui propri debiti.
Il Quantitative Easing (QE, così viene chiamata la manovra delle BCE fortemente voluta da Mario Draghi e che la UIL invoca dal 2007) avrà un ulteriore importante effetto: ridurrà nei i bilanci delle banche l’ammontare dei titoli di stato. In questo modo le aziende di credito potranno tornare a prestare soldi a famiglie e imprese che torneranno, si spera, a fare investimenti.
Negli Stati Uniti queste scelte hanno funzionato, l’economia ha assorbito le perdite avute negli anni della crisi e la disoccupazione oscilla interno al 5%. Come UIL pensiamo che la stessa ricetta potrà funzionare anche in Europa.

Qualche numero d’incoraggiamento
Il triplice effetto “petrolio/cambio/tassi” gonfierà quindi le vele della nostra economia e porterà il paese fuori dalla recessione. Quando? Subito! Secondo le stime più accreditate il Pil dovrebbe crescere già dell’1,5% nel 2015 per passare all’1,9% nel 2016 e al 2,1% nel 2017. I prezzi, che tendono a reagire con un po’ di ritardo alle sollecitazioni della politica monetaria, resteranno fermi quest’anno, soprattutto a causa del calo del petrolio, ma potranno accelerare all’1,5% nel 2016 e all’1,8% nel 2017.

Grazie a Draghi e a Renzi
È un passo di straordinaria importanza perché rovescia la politica economica dell’Unione e ne va dato merito in primo luogo al governatore della BCE Mario Draghi e ai tanti governi, quello italiano in testa, che hanno costretto la Germania a una diversa politica monetaria.
Il rigore predicato e perseguito dalla Germania e da tanti altri paesi come panacea di tutti i mali, ha prodotto i risultati noti: recessione, disoccupati record, crollo degli investimenti, deflazione, debiti in aumento. Sul piano politico nazionalismi e partiti anti-sistema. Un disastro. Se oggi finalmente, dopo sette anni tragici dove abbiamo perso tanta capacità produttiva, l’Europa comincia a dare segnali di svolta, lo si deve proprio a chi ha avuto il coraggio di opporsi al pensiero unico dominante che vede ancora schierati il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann e i suoi alleati.

Le prospettive del paese a più lungo termine
Queste opportunità, se realizzate, consentiranno all’Italia di ridurre i propri debiti e di far definitivamente decollare la propria economia? Da sole: no! Anche qui due conti bastano per consegnarci la realtà.
Se il rapporto deficit-Pil cresce ogni anno tra il 2% e il 3% (quindi si muove secondo le indicazioni europee) il Pil nominale (o a prezzi correnti) deve crescere di più, almeno tra il 4% e il 5% per consentire al nostro debito pubblico di calare lentamente ma automaticamente verso il 60% del Pil. Quindi il 2016 e gli anni successivi potrebbero essere pieni di rondini senza che in Italia cominci a tornare la primavera. Il paese deve crescere di più delle stime indicate.
Ecco perché come Uil insistiamo sulla necessità di riforme strutturali che il governo continua invece a rinviare. Bisogna ridurre la spesa pubblica improduttiva, eliminare le municipalizzate inutili, i 34.000 centri di spesa pubblica, restringere il perimetro dello stato e ridurre per questa via le tasse su cittadini e imprese.
Bisogna riformare il sistema fiscale creando ogni occasione di contrasto tra portatore d’opera o di servizi e cittadini per smantellare l’enorme stock di evasione e lavoro nero. In conclusione un errore che l’Italia non deve commettere: approfittare di una piccola ripresa che arriva e mancare quella grande, non facendo i compiti a casa.
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